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giovedì 9 luglio 2026

SpudCell: una strana storia di comunicazione e vita sintetica

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Sui bioRxiv, l'archivio di preprint nel campo di ricerca biologico, è uscito un articolo con un titolo che già dice tutto: A Chemically Defined Synthetic Cell Capable Of Growth And Replication.
In sintesi il gruppo di ricerca guidato dalla bilologa sintetica Kate Adamala dell'Università del Minnesota Twin Cities è stato in grado di sviluppare delle cellule sintetiche in grado di replicarsi come le cellule biologiche: un passo decisamente importante, se verificato, nella creazione della vita sintentica.
Cellule sintetiche
La biologia sintetica è una branca multidisciplinare della scienza che applica i principi dell'ingegneria per sviluppare nuovi sistemi biologici o per riprogettare sistemi già esistenti in natura.
Una delle linee di ricerca più importanti in biologia sintetica è quella della vita sintetica. In questa sottobranca ci si occupa di organismi ipotetici creati in vitro a partire da biomolecole o da analoghi chimici (o da un mix delle due). I ricercatori di questo campo cercano di indagare le origini della vita, studiarne alcune proprietà o, addirittura, ricreare la vita a partire da componenti non viventi, motivo per cui spesso si parla di vita dal nulla, terminologia che è forse un tantinello esagerata.
Nel percorso necessario per arrivare a questo e altri ambiziosi traguardi, si prospettano anche diverse applicazioni che potrebbero avere ricadute interessanti sulla società, come per esempio lo sviluppo di organismi in grado di produrre farmaci, disintossicare terreni, depurare falde acquifere inquinate e altro ancora.
Buona parte di tutti questi risultati, però, possono essere raggiunti in maniera veloce ed efficiente a patto di riuscire a riprodurre una delle caratteristiche più importanti delle cellule: la suddivisione.

martedì 28 aprile 2026

Qualità dell'acqua e ritiro dei ghiacci

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Uno dei siti di raccolta dati dello studio
Il riscaldamento globale sta trasformando radicalmente l'idrologia delle montagne. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai e la riduzione della neve caduta in inverno, le sorgenti di montagna dipendono sempre più dall'acqua immagazzinata all'interno dei detriti rocciosi, come le moraine, dei ghiaioni e dei ghiacciai di roccia (rock glaciers). Queste strutture fungono da serbatoi sotterranei, ma il ghiaccio che contengono, sciogliendosi, può alterare la purezza dell'acqua.
Proprio per questo un team di ricercatori guidato da Stefano Brighenti ha analizzato 80 sorgenti situate tra i 1890 e i 2890 metri di altitudine in diverse zone delle Alpi Centrali e Orientali (tra cui Ortles-Cevedale, Dolomiti di Brenta e Ötztal). L'obiettivo era capire da dove provenga l'acqua di queste sorgenti e come la geologia e la presenza di ghiaccio sotterraneo ne influenzano la qualità.
I risultati della ricerca, pubblicati in un articolo uscito su Hydrologica Processes, sono piuttosto interessanti. Innanzitutto si è osservato che oltre il 60% dell'acqua che sgorga da queste sorgenti deriva dalla fusione di neve o ghiaccio, confermando quanto queste riserve "gelate" siano vitali per mantenere i flussi idrici.