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lunedì 3 maggio 2010

Agorà


Il poster del film
L'agorà era il centro della polis, la piazza principale, il punto nevralgico per i commerci (vi si svolgeva il mercato), la religione (vi si affacciavano tutti i templi più importanti), la politica (è lì che si svolgevano le assemblee cittadine). Assume quindi una valenza importante all'interno dell'economia della storia il titolo del film di Aleyandro Amenabar, Agorà. In effetti la storia descritta dal regista spagnolo ruota attorno a due personaggi: la matematica Ipazia, la cui storia viene narrata negli anni turbolenti che ne hanno preceduto la morte, e l'agorà della città di Alessandria, quella della mitica biblioteca protagonista anche di una storia disneyana di Don Rosa, I guardiani della biblioteca perduta.
La storia è abbastanza semplice e nota ormai da tempo a tutti i frequentatori del Carnevale della Matematica: Ipazia, matematica e astronoma, visse tra la fine del 300 e gli inizi del 400 nella città portuale di Alessandria, dove insegnava nella locale università. Probabilmente a causa della sua posizione di insegnante e delle sue idee scientifiche, politiche e religiose, venne uccisa dai primi cristiani d'oriente, ritenuta soprattutto dai capi religiosi della cristianità alessandrina personaggio pericoloso ed eccessivamente influente sul prefetto Oreste. La morte avvenne per lapidazione (informazioni, secondo la wiki, tratte dallo storico Socrate Scolastico, che in ogni caso riteneva le accuse a Ipazia come calunnie causate dall'invidia).

Cirillo
La vita romanzata di Ipazia secondo Amenabar si intreccia, poi, sia con Oreste, sia con Sinesio, vescovo d'occidente (non è un caso la sua veste bianca), sia con il suo giovane schiavo Davo, poi liberato dalla stessa Ipazia subito dopo la presa della Biblioteca da parte dei futuri ortodossi. A questi non dimentichiamo di aggiungere l'intransigente vescovo di Alessandria, Cirillo, poi divenuto santo della chiesa. Andiamo, però, con ordine, prima di creare confusione.
Lo scisma tra chiesa d'oriente (ortodossi) e chiesa d'occidente (cattolici) risale ufficialmente al 1054(1), ma fonda le sue radici nei secoli precedenti e uno dei protagonisti è evidentemente proprio Cirillo: non credo, infatti, che sia un caso l'utilizzo di vesti scure per il vescovo di Alessandria e per la sua ronda, i parabolani, rappresentati come assassini e persecutori di ebrei (con cui formarono una prima, labile alleanza), pagani e cristiani eretici. E non è certo un caso che Sinesio, vestito di bianco, cerchi di utilizzare la diplomazia e il buon senso per salvare Ipazia. Quest'ultima, invece, comprendendo che ormai tutto è perduto, nel suo ultimo giorno di vita, decide di andare per la città di Alessandria a piedi, mentre sempre secondo Scolastico ella viaggiava sul suo carro: evidente l'intento di Amenabar di aumentare la tensione drammatica e di rappresentare eroicamente l'ultimo gesto della matematica. Il panico finale e il conforto tra le braccia di Davo, che pietosamente la soffocherà per non farla soffrire durante l'inevitabile lapidazione, sembrano un modo di riconciliare la cristianità moderna con la morte, il sangue e l'orrore che attraversò quella parte della storia umana.
In effetti il film può essere letto come una denuncia contro la violenza e l'intolleranza, contro l'ignoranza e la vendetta. La sensazione, infatti, è quella di trovarsi immersi in una faida senza fine, dove quello che di buono stanno cercando di costruire i cristiani all'inizio del film, quello che convincerà Davo a unirsi alla loro causa (e che poi ne genererà le domande sull'onestà della loro battaglia), viene dimenticato, seppellito dai corpi dei morti e dal sangue versato nell'agorà di Alessandria.