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mercoledì 12 gennaio 2011

Cesare Lombroso in Calabria


Titolo: In Calabria
Autore: Cesare Lombroso
Edizione: Rubettino
Cesare Lombroso, più noto per la sua attività di criminologo e antropologo, in effetti è stato molto più di questo. E' stato uno scienziato completo, interessato praticamente ad ogni aspetto della vita, come traspare da In Calabria, la riedizione della Rubettino di un suo vecchio trattato, che Lombroso scrisse nel 1861, alla vigilia dell'unità d'Italia, per poi pubblicare l'anno dopo, e successivamente, riveduto e corretto (anche grazie all'assistenza del medico calabrese Giuseppe Pelaggi), nel 1897.
Il trattato si struttura in 11 capitoli e spazia dalla struttura fisica della Calabria, alla storia popolare e delle sue popolazioni, con un esame anche della letteratura popolare della regione. Si passa poi ai costumi del luogo, alla sicurezza, alle malattie più diffuse e all'igiene, proponendo alla fine anche dei rimedi. E la cosa più incredibile che si legge tra le righe di Lombroso è la lamentela dell'eccessiva presenza dello stato, già allora legato a filo doppio con i potenti (imprenditori, pochi; possidenti terrieri; criminali), una lamentela che riecheggia, ad esempio, in quest'ottimo articolo di hronir, dove il nostro si spinge fino alle estreme conseguenze, quelle verso le quali Lombroso non sembra avere il coraggio di andare. D'altra parte Lombroso, per farsi carico di questa posizione, cita Ruiz e il suo Discorso nell'anno Giudiziario 1895 - Catanzaro:
Di fronte allo stato miserevole delle classi produttive, di fronte al disordine economico e morale che ne deriva, e che induce alla delinquenza, mi domando: è lecito che sia lasciato all'arbitrio dei grandi proprietarii fondiarii di far restare incolte sterminate estensioni di terreno, come si osserva a preferenza nelle Calabrie, diminuendosi così la produzione, per modo che essa riesca al di sotto dei mezzi di sussistenza occorrenti alla popolazione? Deve il diritto assoluto alla proprietà estendersi al punto da non potersi divietare ai proprietarii del suolo di mantenere latenti le ricchezze naturali, le quali sono nello stesso tempo ricchezza pubblica?
In Calabria, però, si distinguono anche due tipi distinti di criminalità, una quella tipica dei banditi (che ancora di 'ndrangheta non si parlava), l'altra quella semplice, di strada, dovuta proprio all'estrema povertà degli abitanti. E Lombroso questa violenza non la giustifica (al contrario di chi ci governava e ci governa) e lo ribadisce ancora una volta citando Ruiz:
Non è colle repressioni che si può sperare una diminuzione della criminalità, sebbene da sapienti leggi sociali, dal miglioramento economico dei lavoratori senza cui non potrà aversi il miglioramento morale (...)

giovedì 25 novembre 2010

La natura dello spazio e del tempo


Titolo: La natura dello spazio e del tempo. Come capire l'incomprensibile
Autore: Stephen Hawking, Roger Penrose
Edizione: Rizzoli Bur
Prima di tutto allievo e maestro, quindi amici, e poi simpaticamente avversari in una serie di lezioni/conferenze tenutesi nel 1994 presso l'Isaac Newton Institute for Mathematical Sciences a Cambridge: sono Stephen Hawking e Roger Penrose i protagonisti de La natura dello spazio e del tempo, il testo che raccoglie le 7 lezioni che i due ricercatori hanno tenuto a una platea di studenti universitari.
La struttura delle lezioni è semplice: inizia Hawking, prosegue Penrose, alternandosi uno all'altro per 6 incontri, fino al 7.mo che in realtà è strutturato come una discussione/confronto tra i due protagonisti e gli studenti. Può essere interessante notare a questo punto, prima di entrare nel dettaglio, come la maggior parte delle domande sono state rivolte a Penrose, tra i due il matematico, piuttosto che a Hawking.
Al di là di questa curiosità, il libro si segnala per l'alto tasso tecnico del suo contenuto: non solo i due conferenzieri non risparmiano la quantità di informazioni scientifiche, la precisione e il tentativo di semplificare, ma propongono anche gli opportuni approfondimenti, fino ad arrivare alla proposizione delle equazioni matematiche all'uditorio e quindi anche alla versione cartacea.
Esempio è la classica equazione di Einstein:

martedì 24 agosto 2010

Che cos'è la vita?


Titolo: Che cos'è la vita?
Autore: Erwin Schrodinger
Edizione: Adelphi
Mentre Antonino Zichichi è impegnato a parlar male della teoria di Darwin (che ritiene di un livello inferiore anche rispetto alla teoria del Big Bang), sono molti i fisici che si interessano alla biologia, alla vita e all'evoluzione. Questo particolare filone di ricerca, che si posiziona tra le discipline di fisica, biologia e genetica vede come iniziatore un personaggio al di sopra di ogni sospetto, Premio Nobel per la fisica nel 1933 e scopritore di un'equazione che, come in moltissimi casi, porta il suo nome: Erwin Schrodinger. Suo degno erede su questa strada è un altro fisico, anch'egli Nobel, questa volta in medicina nel 1962, per una scoperta fatta nel 1953: stiamo parlando di Francis Crick e della scoperta della struttura a doppia elica del DNA insieme a James Watson e Maurice Wilkins(1).
Il libro di Schrodinger, Che cos'è la vita?, basato su una lezione tenuta sullo stesso argomento nel 1943 al Trinity di Dublino, fornisce quello che si potrebbe dire come il punto di partenza per la fisica dell'evoluzione e della vita, un libro che è stato di ispirazione per gli stessi Crick, Watson e Wilkins. Nel testo Scrodinger parte dalla fisica classica per addentrarsi via via sempre in maggiore profondità nell'argomento, utilizzando ben poche equazioni matematiche, ma con un discorso semplice, basato sulla statistica, sugli esempi e sui concetti di base della meccanica quantistica.

Erwin Schrodinger
Affrontando l'ereditarietà, la prima cosa che Schrodinger fa è rigettare come errate le conclusioni del fisico classico, passaggio essenziale per far emergere la natura quantistica nei meccanismi che il fisico vuole approfondire. La bellezza di questo capitolo, però, sta nella precisione e semplicità con cui un fisico è in grado di parlare di concetti come cromosomi, mitosi, meiosi che stanno alla base del meccanismo dell'ereditarietà. Tutto questo, con il supporto di immagini esplicative, è utile per l'introduzione ai geni e al capitolo successivo, quello dedicato alle mutazioni.
Le mutazioni sono, secondo Schrodinger, la base della teoria di Darwin e l'unico elemnto che va introdotto per aggiornare la sua teoria:
D'altra parte, a causa della loro ereditarietà, le mutazioni sono il terreno adatto su cui può lavorare la selezione naturale e produrre le specie nel modo descritto da Darwin, coll'eliminare gli inetti e lasciar sopravvivere i più adatti. Non si ha che da sostituire nella teoria di Darwin la parola mutazioni alle parole piccole variazioni accidentali (esattamente come nella teoria dei quanti, ai processi continui di cessione dell'energia, sostituisce i salti quantici). Per il resto, ben pochi cambiamenti è necessario apportare alla teoria di Darwin, che è, se io ho ben capito, il punto di vista accettato dalla maggior parte dei bilogi.
L'esame statistico ad esempio delle coltivazioni d'orzo sono il punto di partenza di un capitolo estremamente interessante, dove ad esempio viene ricordato come fondamentale il contributo alla teoria dato da Mendel, abate agostiniano.

venerdì 13 agosto 2010

Storia dei greci


Titolo: Storia dei greci
Autore: Indro Montanelli
Edizione: BUR
A conclusione del trittico di post sulle guere tra le cità-stato greche, Atene in testa, e l'impero di Persia ecco una recensione del testo che ne è stato la fonte principale: Storia dei greci di Indro Montanelli.
Libro interessante, scritto con una prosa colloquiale e ironica, si concentra sui personaggi, perché la storia della Grecia antica è soprattutto la storia dei suoi personaggi: guerrieri, politici, filosofi, scienziati. E' anche una fetta della storia d'Italia, con le sue colonie, note come Magna Grecia: Crotone, Siracusa, Trapani, e molte altre. Ed è una storia divisa in quattro parti: il mito e la leggenda, che si mescolano con i fatti storici. Tra nomi e personaggi effettivamente esistiti, in leggende come il sacco di Troia, si innestano dati e personaggi storici reali, e omaggi a folli come Enrico Schliemann, il tedesco che voleva essere greco e che scoprì i resti della mitica città governata da Priamo. Città cantata da Omero, tra gli altri, poeta cortigiano, poeta dei ricchi, ricordato anch'egli in questa prima parte.
Omero era un poeta di corte, che lavorava su ordinazione di principi e principesse, clienti d'alto rango che esigevano prodotti confezionati sulla loro misura aristocratica e sul loro gusto togato, e non potevano commuoversi che alle sorti di eroi simili a loro, splendidi, cavallereschi e vincibili soltanto dal Fato.
E la Grecia di questo primo periodo è una nazione, che non è ancora nazione e mai lo sarà, invasa da popoli che dall'esterno si innestano sugli indigeni, cercano di fondersi con loro (gli achei) o di ridurli in schiavitù (i dori). Da queste fusioni e da questi conflitti nasce la storia accertata, quella delle origini, quella della polis, di Solone, delle colonie greche, nate prima per caso e poi per necessità demografiche. Città che dovevano alle polis d'origine la cultura, l'impostazione democratica, vizi e virtù, città che diedero un forte impulso anche alla cultura della stessa Grecia. In quel periodo, in effetti, anche l'Italia meridionale poteva e doveva essere chiamata Grecia, tanto era forte il legame d'origine con le città di provenienza dei primi coloni.
Finiva tutto lì, però, quel legame, e d'altra parte è assolutamente normale: le stesse città greche erano spesso e volentieri in battaglia tra loro, sempre troppo individualiste per mettersi insieme in una coalizione, se non sotto la spinta di un pericolo esterno, ma nemmeno tanto spesso, o per rivoltarsi contro un sovrano finalmente riuscito nell'improba impresa. E' in questa fase, caratterizzata soprattutto dalle guerre ai persiani di Dario e Serse, guerre la cui conclusione ha di fatto sancito il primato economico e culturale di Atene sul resto della Grecia, Sparta inclusa, che si pongono le basi per l'età dell'oro, l'età di Pericle.
Da Pericle ad Alessandro
Pericle, grazie alle sue qualità di buon amministratore, venne eletto dai suoi cittadini per 40 anni di seguito o poco più, in maniera ininterrotta. Grazie alla sua spinta Atene fiorì: dopo la conclusione delle mura di cinta, progetto iniziato da Temistocle, ma che questi dovette abbandonare a causa delle accuse di tradimento, gestì le finanze della città riuscendo non solo a rimpinguare le casse, ma anche a sviluppare l'edilizia pubblica e a rinforzare i commerci. Atene fu tanto grande grazie a Pericle e la sua crescita fu così rapida, che al cadere di questi, distrutto dai suoi stessi concittadini che non gli diedero più il loro appoggio dopo l'ennesimo processo intentato contro i suoi più stretti amici (l'ultimo contro la sua amante, la cui posizione mai volle regolarizzare), la caduta di Atene e con essa della Grecia fu rapida e non priva di dolore.
Il sogno di una Grecia unita durò solo lo spazio di un mattino, mi verrebbe da scrivere, per un periodo di appena 11 anni sotto Alessandro Magno, il folle re macedone: e non poteva essere altrimenti, con una madre come Olimpia, che ha fatto credere ad Alessandro di essere figlio di una divinità egizia scesa sulla terra sotto forma di serpente, e con un padre come Filippo, uomo senza dubbi e paure se non di fronte alla moglie (forse anche il motivo per cui, col passare degli anni, decise di giacere con altre donne disdegnando le belle grazie della consorte). Il sogno di avventura, un sogno in cui identificava se stesso come Achille, mitico eroe della guerra di Troia, durò appena 11 anni e spinse la Grecia fino all'Oriente, fino all'India: la strada dunque era aperta, una strada di commerci che venne battuta indipendentemente dal destino politico e militare dell'impero di Alessandro, in veloce disfacimento.
In tutto questo una società che aveva avuto Socrate, Fidia, Pitagora, Platone e molti altri come spina dorsale culturale (quasi tutti anche abili guerrieri), vide al contrario la sua cultura dare dei frutti preziosi proprio nel finale della vita politica della Grecia. Con Platone ancora protagonista, personaggio di passaggio tra l'età di Pericle, dove era allievo di Socrate, a quella del declino, dove era maestro di Aristotele, vide la scienza fiorire in maniera incredibile (almeno rispetto alle scoperte delle epoche precedenti): simbolo di questo colpo di coda scientifico è Archimede, forse uno dei più grandi personaggi di tutti i tempi, da quel che si racconta il perfetto prototipo dello scienziato.
E' indicativo, come sottolinea Montanelli, come questa società, caratterizzata da un dilettantismo diffuso e che in questo trovò forza per sopravvivere e al tempo stesso debolezza per unirsi, con l'avvento dell'era del declino, coincisa con il massimo della sua espansione, la specializzazione dei mestieri era spinta al massimo possibile. Mentre prima il cittadino si doveva intendere di un po' di tutto, essendo obbligato a partecipare alla vita pubblica della polis (prima o poi chiunque, al di là delle cariche rappresentative, sarebbe finito in un posto di responsabilità), con lo sviluppo delle arti, della cultura, della scienza (non dimentichiamo in questo caso anche il fondamentale contributo di Ippocrate, che praticamente dal nulla riuscì a dare i primi rudimenti di medicina, seppure non tutti di buona fattura) e soprattutto dei commerci e delle guerre era necessaria sempre più una maggiore specializzazione per poter sopravvivere in battaglia e ottenere i prezzi migliori durante le transazioni economiche. E' per questo che le conquiste di Alessandro, anche se prolungate nel tempo con un sovrano un po' più sano di mente, avrebbero semplicemente ritardato l'inevitabile declino di una civiltà che fondò l'Occidente ma che guardava di più a Oriente, una civiltà che venne conquistata dalla potenza militare di Roma, ma che alla fine dei conti conquistò l'anima stessa (o almeno parte di essa) dei romani.
Due parole sulla religione
Vorrei, comunque, chiudere con alcune citazioni, tratte dal libro di Montanelli, che ben sintetizzano il rapporto dei greci con la religione:
Diogene, che aveva la lingua lunga, disse che la religione greca era quella cosa per cui un ladro che sapeva bene l'Avemaria e il Paternoster era sicuro di potersela cavar meglio, nell'al di là di un galantuomo che li aveva dimenticati.
Il Pantheon dei greci, che ha subito un aggiornamento dai miti originali, quelli di Crono e Rea, grazie all'influenza della mitologia achea, nordica rispetto a quella originale (e questo forse spiega le somiglianze con i miti asgardiani), era, poi, decisamente molto esteso. Infatti:
Gli stessi greci non riuscirono mai a mettere ordine e a stabilire una gerarchia fra i loro patroni, in nome dei quali anzi combatterono molte guerre tra loro, ognuno reclamando la superiorità di quello suo.
E quindi ecco evidente come le così dette guerre sante siano un male che assedia l'umanità sin dagli albori della civiltà.
D'altra parte, sempre secondo Montanelli è proprio la religione una delle chiavi della sconfitta greca di fronte ai romani:
(...) quando gli dei furono distrutti dalla filosofia, i greci, non sapendo più per chi morire, smisero di combattere e si lasciarono soggiogare dai romani, che agli dei ci credevano ancora.

venerdì 30 luglio 2010

Vedere e rivedere


Titolo: Vedere e rivedere. Viaggio di un neuroscienziato nella visione 3D
Autore: Susan Barry
Edizione: La biblioteca de Le Scienze
L'immagine che mi è rimasta maggiormente impressa alla chiusura di Vedere e rivedere di Susan Barry è quando la ricercatrice e autrice del libro ha fatto smettere di piangere un bambino semplicemente facendogli cambiare punto di visione del mondo. La scena è semplice: Susan si avvicina a una donna il cui figlio sta piangendo a dirotto. La donna, non riuscendo a interpretare il pianto del figlio, non sa cosa fare, quando la dottoressa Barry arriva e chiede di prendere il bambino. Ricevuto il consenso della donna, la ricercatrice solleva il piccolo in aria, facendogli cambiare così prospettiva da cui vedere il mondo: il bambino smette incredibilmente di piangere.
Questo dimostra, dal mio punto di vista, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il cervello dei bambini è già attivo e desideroso di sempre nuovi stimoli sin dalla primissima età. La vicenda personale di Susan Barry, una delle tante che racconta, invece è la dimostrazione, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il cervello, anche in età avanzata, è abbastanza flessibile e bisognoso di nuovi stimoli, tanto da essere in grado di imparare e adattarsi a nuove condizioni.
Susan Barry, ricercatrice in campo oculistico, moglie dell'astronauta Dan Barry, collega e poi amica di Oliver Sachs (che scrive l'introduzione), è anche strabica sin dalla più tenera età. Il suo strabismo venne apparentemente curato grazie ad un'operazione chirurgica, però il suo fu uno dei casi in cui l'intervento da solo non è stato necessario per risolvere il problema. In realtà per Susan e migliaia di altri strabici nel mondo, la loro condizione oculare non è di principio un problema insormontabile, mentre per il cervello diventa un semplice problema di adattamento nel funzionamento degli occhi per sopperire alla mancanza della visione stereoscopica, quella che molto spesso diamo per scontata.
Oggi Susan ha riacquistato la visione stereoscopica grazie ad un'attenta terapia oculare fatta non di medicine o ulteriori interventi chirurgici, ma con degli esercizi opportunamente studiati per far recuperare una visione in realtà nota al cervello, ma che a causa dello strabismo infantile non era stata mai utilizzata. Tutto questo grazie a una optometrista di fiducia, una tipologia di esperto degli occhi, non completamente riconosciuta dalla comunità medica. A differenza degli omeopati, però, gli optometristi non vendono fumo o placebo, ma propongono una terapia che, in ogni caso, implica un utilizzo del cervello e degli occhi, e quindi degli esercizi in ogni caso più faticosi del bere acqua leggermente impura.

martedì 13 luglio 2010

I re del Sole


Titolo: I re del Sole
Autore: Stuart Clark
Edizione: La biblioteca de Le Scienze
Era l'1 settembre del 1859 quando Richard Carrington osservò uno dei più grandi e importanti brillamenti solari a memoria d'uomo. La Terra venne investita da un'intensa attività magnetica, che a occhio nudo si manifestò attraverso intense e bellissime aurore boreali, visibili anche a latitudini inconsuete, come ad esempio a Lunenburg dove vennero osservate da William Rogers, che ne tracciò un resoconto quantomai dettagliato.
L'11 novembre dello stesso anno, Carrington insieme con Richard Hodgson, di fronte alla Royal Astronomical Society, lesse il suo resoconto dell'osservazione allegando anche le immagini tracciate a mano durante l'evento.

I disegni di Carrington - commons
L'avventura degli astronomi che si occuparono del Sole, però, mosse i primi passi sul finire del 1700 in contemporanea con l'inizio dell'epopea della famiglia Herschel, una delle più importanti all'interno della storia dell'astronomia moderna. Con grande lucidità e intelligenza, con passione e con un ritmo che cattura il lettore nella lettura, Stuart Clark ne I re del Sole ci accompagna attraverso i misteri dell'osservazione solare. Lo studio del Sole è uno degli aspetti dell'astronomia e dell'astrofisica tra i più difficili: le difficoltà sono dovute all'attività solare superficiale della nostra stella, sia quella visibile (brillamenti, eruzioni, macchie solari), sia quella invisibile (vento solare, emissione del campo magnetico); queste attività non sono completamente comprese, anche a causa della nostra non conoscenza sull'interno del Sole. La sua struttura interna, infatti, viene ricavata a partire dai dati rilevati dall'esterno e da come questi si adattano ai modelli noti. A complicare il tutto c'è anche l'influenza che il Sole ha sulla Terra, un'influenza legata sia alla quantità di energia che rilascia verso il nostro pianeta, sia all'interazione dei due campi magnetici.

William Herschel - via commons
Il primo ad aver intuito un legame tra il clima della Terra e l'attività solare fu William Herschel, il quale entrò di prepotenza nella scienza del Sole allorquando introdusse una terza teoria su cosa fosse la nostra stella: un luogo abitato da esseri vivienti, né più né meno come la Terra.
Se le idee e le attività di Hershel, al tempo cinquantenne, si fossero limitate a questa, probabilmente oggi sarebbe solo un personaggio minore nel panorama della storia dell'astronomia, ma per nostra fortuna Hershel fu innanzitutto uno dei migliori costruttori di telescopi (la loro qualità rivaleggiava con quelli degli osservatori reali), ma soprattutto, come ho anticipato, ebbe la grande intuizione di collegare l'attività solare con il clima terrestre. Per verificare ciò lo aspettava un lavoro lungo e improbo per confrontare l'attività solare degli anni precedenti con il prezzo del grano, un indicatore riguardo la quantità di grano prodotta ogni anno.
E a questo punto Clark tesse i collegamenti che allora l'astronomia, la nascente climatologia e la geologia, soprattutto con le tesi che poi porteranno all'evoluzione, avevano una con l'altra: un arazzo, un collegamento tra discipline differenti che concorreva e dovrebbe concorre ancora oggi a una migliore descrizione del Sole e delle sue interazioni con il nostro pianeta.
Fanno così capolino nella storia degli studiosi del sole personaggi come Alexander von Humboldt, uno dei primi climatologi; Edmond Halley, l'astronomo che ha dato il suo nome a una delle più famose comete in assoluto; Samuel Heinrich Schwabe, farmacista tedesco e astronomo amatoriale, le cui decennali osservazioni sarebbero state estremamente utili ai re del Sole; John Hershel, ultimogenito di William, che, dopo aver sempre negato la sua passione per le stelle, alla fine prese il testimone dal padre, diventando un astronomo ancora più rispettato.
La prima parte del libro, incentrata sugli Herschel, sfuma nella seconda, centrata su Carrington, grazie alla contemporaneità degli studi dei due studiosi. Richard Carrington, astronomo brillante sempre in lotta con il potere, che gli nega i fondi o gli fornisce cifre inferiori alle sue attese, è spesso messo in secondo piano nonostante i risultati e le pubblicazioni. E' in un certo senso la storia tipica di un ricercatore senza agganci politici, alla quale si aggiunge anche un tocco di mistero a causa della moglie, in realtà legata a doppio filo a un uomo misterioso che si era presentato a Carrington come l'ingombrante fratello, rivelandosi poi il possessivo amante. La storia si concluse, come molte storie di passione tormentate, con la morte violenta, lasciando così un alone di mistero in una vita difficile, a tratti anche di stenti, per la maggior parte votata al Sole e alla ricerca delle sue anomalie.
Certo durante le peripezie di Carrington, la scienza continuava a muoversi e i suoi progressi avvennero non solo grazie ai contributi del geniale Richard, ma anche grazie all'apporto di altri valenti scienziati, nonostante i giochi politici che portarono alla creazione di società e sottosocietà astronomiche, ognuna sponsorizzata da un politico interessato al prestigio piuttosto che alla scienza.
Prima di avviarci, però, verso l'ultima parte del libro, sono necessarie un paio di fermate: innanzitutto da Joseph von Fraunhofer, vetraio, figlio di vetraio, proprio mentre stava perfezionando il suo vetro riscopre le righe scure dello spettro solare già scoperte nel 1801 dal chimico inglese William Wollaston. Le righe scure di Fraunhofer, come ben sappiamo oggi, sono collegate con la composizione chimica dell'atmosfera solare: questa idea, però, intuita da molti scienziati alla diffusione dei dati del giovane vetraio, venne verificata da Gustav Kirchhoff, fisico, e Wilhelm Bunsen, chimico: un altro mistero del Sole, la sua composizione, poteva finalmente venire svelato.
Ovviamente la sfida al Sole non poteva dirsi conclusa, e mentre Carrington era alle prese con i suoi problemi scientifici (che gli davano soddisfazioni) e personali (che al contrario creavano problemi, prima con la non brillante siatuazione economica, poi con le complesse vicende coniugali), Warren De La Rue si preparava per osservare l'eclissi di Sole totale del 18 luglio 1860, scegliendo la Spagna e il villaggio di Rivabellosa come luogo per le sue osservazioni. L'impresa portò allo scatto di una fotografia epocale, la prima foto di una eclissi solare:

Una delle prime foto di un'eclissi solare tratta da On the solar total eclipse of July 18th, 1860 observed at Rivabellosa, near Miranda de Ebro, in Spain di Warren De La Rue
L'ultima parte del libro è sostanzialmente dedicata all'erede di Carrington, la cui morte avrebbe in realtà lasciato un vuoto difficilmente colmabile. Edward Walter Maunder, impiegato di banca londinese, da sempre appassionato di astronomia, tra il 6 novembre del 1873 inizia a lavorare presso l'Osservatorio di Greenwich alle dipendenze dell'Astronomo Reale George Airy.
I successi di Edward Maunder nel campo non sono da ascriversi solo all'apprendistato con Airy, ma anche alla collaborazione con Annie Russell, che nel dicembre del 1895 sarebbe anche diventata sua moglie. Annie, oltre ad essere una brava astronoma, si rivelò anche un'ottima inventrice, perfezionando una particolare macchina fotografica che la coppia utilizzò per immortalare l'eclissi di Sole del 18 gennaio 1898 in India:

Eclissi del 1898 - via commons
Grazie a questa foto e a quella scattata durante l'eclissi del 18 maggio 1901, e grazie ai dati solari che Maunder, grazie al suo lavoro privilegiato era in grado di ottenere, opportunamente rielaborati dalla coppia, i coniugi Maunder riuscirono a dimostrare che il Sole emetteva fasci di particelle, alcuni di questi diretti verso la Terra secondo una certa periodicità.
Con Edward e Annie Maunder, quindi, ha inizio l'ultima fase dell'astronomia moderna, quella che porterà allo stato attuale delle ricerche, guidate dai gruppi della Nasa. Oltre ai satelliti di monitoraggio del pianeta, sono infatti in orbita satelliti che esaminano l'attività solare e cercano sempre maggiori dati per conoscere la nostra stella e i suoi legami con il clima e i cambiamenti climatici. E oggi nuove sfide arrivano anche dallo spazio profondo: energie incredibili provenienti da oggetti lontani potrebbero anch'esse influenzare il clima e l'ambiente terrestri: questi progetti, paralleli a quelli che cercano di capire il peso dell'apporto antropico ai cambiamenti climatici degli ultimi secoli, sono forse la risposta migliore ai così detti negazionisti, che accusano l'agenzia spaziale statunitense di far parte di un complotto globale. La Nasa, al contrario, esplora tutte le possibilità, essendo innanzitutto un'organizzazione scientifica, e non ha colpa alcuna se gli altri progetti ancora non hanno fornito dati significativi nello studio del clima e delle stelle.
Prima di lasciare libero il lettore dopo questa lunga cavalcata, suggerisco la lettura della recensione di Aldo Piombino, in particolare della sua conclusione, che condivido parola per parola.

lunedì 3 maggio 2010

Agorà


Il poster del film
L'agorà era il centro della polis, la piazza principale, il punto nevralgico per i commerci (vi si svolgeva il mercato), la religione (vi si affacciavano tutti i templi più importanti), la politica (è lì che si svolgevano le assemblee cittadine). Assume quindi una valenza importante all'interno dell'economia della storia il titolo del film di Aleyandro Amenabar, Agorà. In effetti la storia descritta dal regista spagnolo ruota attorno a due personaggi: la matematica Ipazia, la cui storia viene narrata negli anni turbolenti che ne hanno preceduto la morte, e l'agorà della città di Alessandria, quella della mitica biblioteca protagonista anche di una storia disneyana di Don Rosa, I guardiani della biblioteca perduta.
La storia è abbastanza semplice e nota ormai da tempo a tutti i frequentatori del Carnevale della Matematica: Ipazia, matematica e astronoma, visse tra la fine del 300 e gli inizi del 400 nella città portuale di Alessandria, dove insegnava nella locale università. Probabilmente a causa della sua posizione di insegnante e delle sue idee scientifiche, politiche e religiose, venne uccisa dai primi cristiani d'oriente, ritenuta soprattutto dai capi religiosi della cristianità alessandrina personaggio pericoloso ed eccessivamente influente sul prefetto Oreste. La morte avvenne per lapidazione (informazioni, secondo la wiki, tratte dallo storico Socrate Scolastico, che in ogni caso riteneva le accuse a Ipazia come calunnie causate dall'invidia).

Cirillo
La vita romanzata di Ipazia secondo Amenabar si intreccia, poi, sia con Oreste, sia con Sinesio, vescovo d'occidente (non è un caso la sua veste bianca), sia con il suo giovane schiavo Davo, poi liberato dalla stessa Ipazia subito dopo la presa della Biblioteca da parte dei futuri ortodossi. A questi non dimentichiamo di aggiungere l'intransigente vescovo di Alessandria, Cirillo, poi divenuto santo della chiesa. Andiamo, però, con ordine, prima di creare confusione.
Lo scisma tra chiesa d'oriente (ortodossi) e chiesa d'occidente (cattolici) risale ufficialmente al 1054(1), ma fonda le sue radici nei secoli precedenti e uno dei protagonisti è evidentemente proprio Cirillo: non credo, infatti, che sia un caso l'utilizzo di vesti scure per il vescovo di Alessandria e per la sua ronda, i parabolani, rappresentati come assassini e persecutori di ebrei (con cui formarono una prima, labile alleanza), pagani e cristiani eretici. E non è certo un caso che Sinesio, vestito di bianco, cerchi di utilizzare la diplomazia e il buon senso per salvare Ipazia. Quest'ultima, invece, comprendendo che ormai tutto è perduto, nel suo ultimo giorno di vita, decide di andare per la città di Alessandria a piedi, mentre sempre secondo Scolastico ella viaggiava sul suo carro: evidente l'intento di Amenabar di aumentare la tensione drammatica e di rappresentare eroicamente l'ultimo gesto della matematica. Il panico finale e il conforto tra le braccia di Davo, che pietosamente la soffocherà per non farla soffrire durante l'inevitabile lapidazione, sembrano un modo di riconciliare la cristianità moderna con la morte, il sangue e l'orrore che attraversò quella parte della storia umana.
In effetti il film può essere letto come una denuncia contro la violenza e l'intolleranza, contro l'ignoranza e la vendetta. La sensazione, infatti, è quella di trovarsi immersi in una faida senza fine, dove quello che di buono stanno cercando di costruire i cristiani all'inizio del film, quello che convincerà Davo a unirsi alla loro causa (e che poi ne genererà le domande sull'onestà della loro battaglia), viene dimenticato, seppellito dai corpi dei morti e dal sangue versato nell'agorà di Alessandria.

mercoledì 24 febbraio 2010

Ultima lezione a Gottinga


Titolo: Ultima lezione a Gottinga
Autore: Davide Osenda
Edizione: 001 edizioni
Il professor Fiz sta per abbandonare una delle più prestigiose università della Germania, l'Università di Gottinga: i nazisti stanno, infatti, ripulendo la società tedesca, università inclusa, dagli ebrei come Fiz. Così decide di fare un'ultima lezione, in un'aula vuota. Ne sceglie una, ma non sa che all'interno c'è uno studente, Alkuin Winkler, che uscirà allo scoperto solo quando il professore uscirà dall'aula, senza però aver concluso la sua lezione su uno dei problemi più affascinanti della matematica. E qual'è questo problema? Uno dei 23 problemi di Hilbert, il primo, l'ipotesi del continuo.
Andiamo però con ordine seguendo la linea narrativa tracciata per Fiz da Davide Osenda, cartoonist italiano alla sua prima opera, un romanzo a fumetti interessante, intelligente, stimolante e ben approfondito che può contare sulle prefazioni di Piergiorgio Odifreddi, che ha anche fornito una consulenza a Osenda (e che prova a scoprirsi anche critico fumettistico, per l'occasione), e del grande (non solo per la stazza) Andrea Plazzi, curatore della mitica Rat-Man Collection, traduttore ufficiale di Will Einser per l'Italia e, si scopre nella sua prefazione, matematico.
Si inizia con i numeri naturali: essi sono infiniti, nel senso che puoi pensare a un numero intero grande a piacere e aggiungendo 1 ne avrai uno ancora più grande. Quindi pensare a un numero ancora più grande e ancora basta aggiungere 1 per andare oltre. Trovare il limite dell'infinito, per sua definizione, quindi, è impossibile, o, come suggerisce il paradosso di Hilbert, riempire l'infinito è sicuramente impossibile.
Il passo successivo è esplorare cosa succede tra un numero naturale e l'altro (ad esempio tra 1 e 2). Il matematico che per primo si spinse in questo abisso fu Georg Cantor: dai suoi studi nacque l'ipotesi del continuo di cui sopra. Il primo risultato di Cantor fu semplicemente la scoperta che i numeri reali compresi tra due numeri naturali successivi (ad esempio tra 1 e 2) sono infiniti.

mercoledì 3 febbraio 2010

Eureka. Un poema in prosa


Titolo: Eureka
Autore: Edgar Allan Poe
Edizione: Bompiani
Il 3 febbraio del 1848, Edgar Allan Poe tenne, presso la Society Library di New York, una conferenza dal titolo Universo. Da questa trasse un testo dal titolo Eureka. Un poema in prosa, dedicato ad Alexander von Humboldt.
Dopo un inizio tra il fantascientifico e il filosofico, Poe inizia con un lungo discorso di carattere logico dove, a partire dalla legge di gravitazione di Newton, che non mette in discussione, inizia a proporre una sua idea sulle origini dell'universo, passando poi alla discussione e descrizione della cosmogonia nebulare di Simon Laplace, ovvero la teoria sulla formazione del nostro Sistema Solare a partire da una nebulosa in rotazione formulata per la prima volta dal fisico e matematico francese. Quest'ultimo, ovviamente, realizzò una teoria scientifica rigorosa, con risultati matematicamente e sperimentalmente (attraverso le osservazioni) verificabili nel trattato Exposition du systeme du monde. Poe, invece, dopo la descrizione della teoria, prova ad utilizzare il semplice ragionamento logico per trarre le sue conclusioni.
La sensazione è che alla fine produca un testo più filosofico, che di carattere divulgativo-scientifico, in cui cerca di elevare il pensiero e le congetture logiche davanti sia all'esperimento sia ai modelli matematici, che pure tiene in gran conto. Al di là di queste considerazioni, comunque, lo scritto di Poe, che nell'edizione Bompiani curata e tradotta (non sempre efficacemente, devo personalmente dire) da Paolo Guglielmoni, è interessante perché presenta idee e spunti del suo tempo, che poi ritorneranno nelle scoperte della fisica del secolo successivo, con l'indubbio vantaggio, in questa occasione, di avere una solida base matematica.
Una delle idee più interessanti è, però, di Blaise Pascal, che riferendosi all'universo, disse (la citazione, però, è tratta dall'edizione Bompiani di Eureka):
E' una sfera il cui centro è ovunque, la circonferenza in nessun luogo

lunedì 9 novembre 2009

Il libro dei rompicapi di Alice


Titolo: Il libro dei rompicapi di Alice
Autore: Lewis Carroll, John Fisher (a cura di)
Edizione: Costa & Nolan
Da un'annotazione sul suo diario datata marzo 1875 si sa che il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, matematico e divulgatore, meglio noto come Lewis Carroll, aveva in animo di raccogliere buona parte dei suoi enigmi e giochi matematici pubblicati su riviste, libri e romanzi, dal titolo Il libro dei rompicapi di Alice. A distanza di poco più di un secolo è John Fisher, studioso di letteratura, a dare corpo al sogno dell'autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, sempre con lo stesso titolo ideato a suo tempo da Carroll. Oggi il libro torna nelle librerie italiane grazie alla Castor & Nolan, regalandoci un percorso nella matematica e nell'illusione che si nasconde dietro Alice e le altre opere di Carroll, di cui abbiamo già avuto un primo assaggio.
Fisher organizza il libro in maniera semplice ma ben argomentata e approfondita, strutturandolo in piccoli capitoli dedicati ognuno a un gioco, matematico, logico o illusionistico (Carroll era, infatti, anche un appassionato di giochi di prestigio e un illusionista dilettante), ispirato alle opere dedicate ad Alice, ma anche alle altre sue opere, come La caccia allo Snark, o il divulgatico Logica Simbolica, o dagli articoli usciti sulle più disparate riviste, come ad esempio Vanity Fair o la prestigiosa Nature.
Nel corso del libro si passa da giochi matematici, a giochi logici, alla descrizione di divertenti giochi illusionistici, ma si scopre anche la propensione di Carroll a ridefinire le regole dei giochi più disparati, come il prestigioso polo, che ha il suo spazio nel Paese delle Meraviglie, o l'ideazione ex novo di un gioco il cui intento era quello di rendere più semplice l'apprendimento della logica per i bambini.
In quest'ultimo campo, però, si registrano degli insuccessi da parte di Carroll, che riesce ad attrarre l'attenzione solo degli addetti ai lavori, i logici (e personalmente non stento a crederlo), ma proseguendo nell'esame del libro, è anche interessante il capitoletto dedicato agli origami, in cui si parte dalla striscia, o nastro di Möbius, per poi passare a descrivere le operazioni per realizzare alcune figure particolari. Un piccolo spazio se lo ritagliano anche gli scacchi, uno dei giochi preferiti da Carroll, tanto che era solito con alcuni amici e allievi, giocare partite mentalmente.
In definitiva un libro ricco di giochi e aneddoti, stimolante e divertente, che non può mancare di appassionare l'enigmista e il matematico che è in ognuno di noi.

giovedì 1 ottobre 2009

Stranalandia

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Titolo: Stranalandia
Autori: Achilles Kunbertus, Stephen Lupus
A cura di: Stefano Benni, Pirro Cuniberti
Edizione: Feltrinelli
Nell'aprile del 1909, nell'Aula Magna dell'Università di Buenos Aires dove era in corso un congresso sull'evoluzione, Achilles Kunbertus e Stephen Lupus dell'Università di Edimburgo, presentano i risultati della loro ricerca, durata tre anni e iniziata il 16 giugno del 1906 sull'incredibile isola di Stranalandia (così i due eminenti evoluzionisti hanno battezzato l'isola).
La leggenda narra che i due figli di Albione, unici superstiti del naufragio della nave di Sua Maestà Loong, vennero catapultati direttamente all'interno dell'Aula Magna a causa di una potentissima esplosione causata dal vulcano di Stranalandia: questo insolito episodio viene preso come prova dagli scettici per dimostrare l'inesistenza dell'isola, poiché nei dintorni di Buenos Aires nessuna isola è stata ritrovata, almeno non corrispondente alla relazione scientifica di Kunbertus e Lupus. Gli stranalandisti, invece, decisamente la maggioranza, non si sono fatti scoraggiare dagli infruttuosi risultati delle ricerche dell'isola, osannando anzi i risultati dei due sudditi di Sua Maestà e portandoli come prova della potenza della teoria dell'evoluzione.
In ogni caso la scoperta di Kunbertus e Lupus col tempo, anche a causa della scarsità di dettagli sulle vicende legate alla sparizione dei due evoluzionisti, si era ammantata di leggenda e gli scettici sembravano aver vinto la partita, almeno fino a 25 anni fa quando Stefano Benni e Pirro Cuniberti hanno dato alle stampe, proprio in ottobre, la relazione scientifica di Kunbertus e Lupus, opportunamente redatta per renderla comprensibile all'uomo di fine XX secolo.
Benni e Cuniberti, che ha illustrato l'edizione moderna partendo dagli schizzi contenuti nella relazione, hanno realizzato con cura certosina un serio e importante trattato scientifico che ha posto a suo tempo nuova luce sui meccanismi dell'evoluzione diventandone, a tutti gli effetti, co-autori insieme a Kunbertus e Lupus: c'è sicuramente da ricordare al lettore di quest'umile articolo che le informazioni contenute nel trattato, noto con lo stesso titolo dell'isola, Stranalandia, hanno consentito un balzo di conoscenze evolutive incredibile in questi ultimi 20 anni, profondamente influenzati proprio dalle scoperte dei due evoluzionisti edinburghesi.
Immergiamoci, però, nel vivo del trattato, raccontando alcuni fatti salienti:
L'isola, abitata da un unico essere umano (se così si può dire) di nome Osvaldo(1), mentre il resto dell'isola è popolato da animali quantomeno strani, come il leometra, leone in giacca e cravatta e munito di metro, o il maialino volante, un nome una garanzia.
La comunità scientifica, in particolare, è rimasta colpita dalla gallina intelligente, che dagli appunti dei due professori pare passasse molto tempo immersa nella lettura: molti degli esperimenti sulle galline in questi ultimi anni sono volti al tentativo di riprodurre in laboratorio questo straordinario risultato, ma finora con ben scarsi successi (come si può notare dai palinsesti televisivi). Interessante, per i meteorologi, il Birone, animale dal collo lunghissimo utilizzato dagli autoctoni per le previsioni meteo. Con grosse implicazioni evolutive, invece, è la scoperta della foca giocoliera, evidentemente l'antenato della foca attualmente diffusa sul nostro pianeta, che ha trovato nell'isolamento di Stranalandia l'ambiente ideale dove sopravvivere invariata dagli inizi dei tempi. Altrettanto interessante è il gufo diurno, anch'esso ritenuto dai più come il progenitore del gufo moderno. Le forze dell'ordine, invece, sono rimaste molto colpite dalle evoluzioni dello sbronzolo, un piccolo insetto simile alla mosca, il cui percorso varia in base alla quantità di bicchieri ingeriti: immediatamente i risultati sono stati sottoposti a un gruppo di ricercatori per sviluppare programmi e tecnologie alternative al classico palloncino nella rilevazione del contenuto alcolico di un corpo umano. Nostri informatori ci assicurano che i ricercatori sono vicini a trovare una soluzione rivoluzionaria, proprio basata sui risultati di Kunbertus e Lupus.
Tra gli animali leggendari sicuramente il più affascinante è il Serpente Rosicchiamondo per le sue affinità con molti miti delle origini in culture sparse per il mondo: questo insolitamente gigantesco serpente (tra le 10 e le 20 volte più grande della dinastia Osvalda dell'isola) è il modellatore delle coste terrestri così come le conosciamo oggi, in quanto ghiotto di terra che andava continuamente a rosicchiare. Per nostra fortuna sono animali leggendari che arricchiscono il folclore di Stranalandia.
Il lettore è pertanto vivamente invitato alla lettura del trattato, che in ogni caso non risulta per niente pesante, anche grazie all'aggiornamento dei testi operato dall'esimio Stefano Benni, e magistralmente illustrato dall'ottimo Pirro Cuniberti, che ha anche realizzato una serie di illustrazioni a colori poste al centro del libro.
(1) Egli ha anche sviluppato un personalissimo codice di comunicazione, che Kunbertus e Lupus sono riusciti a decodificare, inserendo un mini vocabolario e una tabella dei segni. Tra l'altro molti degli animali stessi dell'isola hanno sviluppato dei particolari linguaggi di comunicazione: probabilmente proprio la necessità di distinguere tra i vari linguaggi ha acceleratoil lavoro di decodifica dei due ricercatori.

martedì 15 settembre 2009

QED


Titolo: QED - La strana teoria
della luce e della materia

Autore: Richard Feynman
Edizione: Adelphi
Uno dei problemi che più ha alimentato la discussione tra i fisici è stata la natura particellare o forse ondulatoria della luce. E una delle scoperte più sconcertanti è stata invece il comportamento ondulatorio delle particelle. Andiamo, però, con ordine: per molti secoli a partire da Isaac Newton, che però pensava alla luce come composta da particelle, si descrissero i fenomeni ottici come ondulatori. La spiegazione era sufficientemente coerente con le osservazioni sperimentali, ma la sempre maggiore raffinatezza con cui questi iniziarono ad essere condotti mise in dubbio l'assunto. In certe condizioni, infatti, inviando cioé la luce con una frequenza estremamente bassa, il comportamento della luce era tipicamente particellare. Come poteva accadere ciò?
Semplicemente si doveva pensare alla luce come composta da particelle cui assegnare un particolare vettore che ne trasporta le caratteristiche salienti. Queste, interagendo con la materia, venivano opportunamente modificate: l'applicazione di modifiche successive e il quadrato del modulo del vettore risultante da queste applicazioni era in grado di spiegare le osservazioni sperimentali, tutto questo però portò all'abbandono di una spiegazione intuitiva dei fenomeni di interazione tra luce e materia e a un'interpretazione probabilistica e non deterministica dei fenomeni stessi.
E' questo, in sintesi, parte delle lezioni che Richard Feynman tenne all'UCLA agli inizi degli anni Ottanta del XX secolo all'interno di un programma di conferenze di divulgazione scientifica promosse dalla Fondazione Alix G. Mautner. Quelle quattro conferenze di Feynman vennero successivamente raccolte, trascritte e redatte con l'aiuto di Ralph Leighton per dare vita a QED - La strana teoria della luce e della materia, in cui il Premio Nobel racconta nel modo più semplice possibile, ma senza mai banalizzare, la teoria dell'elettrodinamica quantistica, che ha contribuito a migliorare e rendere quella che è oggi.

martedì 1 settembre 2009

L'uomo che sapeva troppo


Titolo: L'uomo che sapeva troppo
Autore: David Leavitt
Edizione: La biblioteca de Le Scienze
Giusto settanta anni fa la Germania invadeva la Polonia, dando così inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Un ruolo particolare lo rivestiranno, sia da una parte sia dall'altra, proprio gli scienziati, e i migliori talenti dell'epoca verranno impiegati in molti campi, soprattutto nella scienza applicata. Ingegneri, fisici, ma anche matematici. Tra tutti spicca il nome di Alan Turing, oggi considerato uno dei padri del computer e sicuramente un anticipatore delle teorie e dei lavori alla base dell'intelligenza artificiale e delle reti neurali.
Nato il 23 giugno del 1912, Turing rappresenta, in un certo senso, un doppio smacco per la Germania di Hitler, considerando che lavorò e sconfisse la macchina Enigma, che tante vittorie sembrava dover dare ai tedeschi, ma soprattutto apparteneva a una delle tipologie di persone perseguitate dal suo regime: gli omosessuali.
Oggi, forse, in molti prenderebbero il computer e lo getterebbero dalla finestra, o magari si rifiuterebbero di usarlo o più semplicemente inizierebbero a negare il valore e il merito di Turing nella storia del computer e dell'intelligenza artificiale, eppure la dedizione del matematico britannico nello studio della logica applicata alle macchine per la creazione di una intelligenza artificiale che fosse paragonabile a quella umana è assodato per tutta la comunità scientifica. E il libro di David Leavitt è un percorso attraverso i suoi articoli, il suo lavoro sull'Enigma, i suoi molteplici interessi, estremamente rigoroso e preciso, a volte anche molto tecnico, ma che si riesce comunque a seguire, considerando quanto ostica è la materia di cui si è occupato Turing per la maggior parte della sua carriera scientifica.

giovedì 27 agosto 2009

L'ipotesi di Riemann


Titolo: L'ossessione dei
numeri primi

Autore: John Derbyshire
Edizione: La biblioteca de
Le Scienze
E proseguiamo con l'esame dell'Ipotesi di Rieman e del libro L'ossessione dei numeri primi.
Il tipo di ricerca che l'Ipotesi ha fatto partire, sui numeri primi e su quanto sono fitti, è in effetti iniziata più come un semplice gioco matematico, ma col tempo ha guadagnato un'importanza che va al di là del semplice diletto: senza considerare tutto quello che John Derbyshire ci propone nel testo, basti pensare al ruolo che i numeri primi hanno assunto nella crittografia: è proprio sui numeri primi che si basano molte delle chiavi di sicurezza più... sicure su internet.
Veniamo, finalmente, all'enunciato dell'Ipotesi:
Tutti gli zeri non banali della funzione zeta hanno parte reale 1/2
dove la zeta di Riemann è data dall'espressione: \[\zeta(s)=1+\frac{1}{2^s}+\frac{1}{3^s}+\frac{1}{4^s}+\frac{1}{5^s}+\cdots\] dove la variabile è indicata con la lettera $s$ invece dell'usuale $x$ già nel saggio di Riemann di 150 anni fa, e da allora la consuetudine è rimasta. L'espressione può essere scritta in maniera più concisa, tenendo conto di ognuno degli infiniti termini, utilizzando la sommatoria: \[\zeta(s)=\sum_n n^{-s}\] dove la somma viene fatta da 1 all'infinito.

mercoledì 26 agosto 2009

L'ossessione dei numeri primi


Titolo: L'ossessione dei
numeri primi

Autore: John Derbyshire
Edizione: La biblioteca de
Le Scienze
L'11 agosto del 1859 Bernhard Riemann venne nominato membro corrispondente dell'Accademia di Berlino: come d'uso a quell'epoca Riemann presentò un saggio su uno degli argomenti di ricerca che lo interessavano in quel momento.
Il lavoro, Sul numero dei primi minori di una certa grandezza, presentava quella che passò alla storia della matematica come l'Ipotesi di Riemann, anche se John Derbyshire ritiene sia più opportuno chiamare congettura, e che in pratica rivoluzionò questa scienza grazie ai tentativi di dimostrarla. Non dovevano, infatti, passare che 41 anni affinché David Hilbert, nel suo famoso discorso al congresso dei matematici di Parigi di inizio XX secolo, mise l'Ipotesi di Riemann tra i 23 problemi che la matematica avrebbe dovuto affrontare nel secolo successivo.
L'Ipotesi, famosa anche come l'8.o problema di Hilbert, non è a tutt'oggi stata dimostrata, eppure i tentativi per dimostrarla hanno portato a risultati eccezionali che hanno fatto avanzare la matematica: L'ossessione dei numeri primi, di Derbyshire, è la storia di questi tentativi e degli uomini che li hanno fatti.

mercoledì 10 giugno 2009

In principio era Darwin


Titolo: In principio era Darwin
Autore: Piergiorgio Odifreddi
Edizione: Longanesi
Che cosa impedisce che i rapporti fra le differenti parti del corpo umano siano puramente accidentali? Gli incisivi, per esempio, sono taglienti e servono a spezzare il cibo, mentre i molari sono piatti e servono a masticarlo: essi però non sono stati fatti con questo scopo, e la loro forma è il risultato di un caso. Lo stesso vale per tutte le parti del corpo che sembrano essere naturalmente destinate a qualche scopo particolare: quelle costruite in maniera adatta grazie a una loro interna spontaneità si sono conservate, mentre quelle non costituite in tal modo sono perite e continuano a perire.
(Aristotele in Fisica II,8,2)
La citazione è tratta da In principio era Darwin di Piergiorgio Odifreddi, che ovviamente prima o poi avrei letto.
Ero stato alla presentazione del suo libro, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte in quel di Milano, quindi era solo questione di tempo, affrontare la lettura del suo ultimo saggio.
Il logico di Torino si dimostra per l'ennesima volta un abile divulgatore e persona di grande e vasta cultura (a dimostrazione la citazione che apre la recensione), con quel suo stile scorrevole e ironico: ottimi i capitoli in cui racconta il viaggio di Charles Darwin, le sue ricerche, il suo rapporto con i suoi colleghi naturalisti. Scontati, alla fine, i capitoli sugli attriti tra Darwin e il mondo religioso e creazionista, in cui comunque Odifreddi cerca comunque di mantenere una visione distaccata, cosa che gli riesce per poche pagine.
Nel complesso, quindi, un'opera divertente, ben argomentata e anche sufficientemente approfondita: un ottimo punto di partenza per chiunque voglia conoscere l'evoluzione di Darwin, ma anche un libro snello, stimolante e stuzzicante.

sabato 4 aprile 2009

Galileo: oroscopi e cannocchiali


Titolo: Oroscopi e cannocchiali
Autore: Andrea Albini
Edizione: Avverbi Edizioni
Sul finire del 2008 esce per Avverbi Edizioni Oroscopi e cannocchiali di Andrea Albini: senza alcuna pretesa di voler scrivere una biografia completa dello scienziato pisano, Albini ci narra il rapporto tra Galileo Galilei e l'astrologia. E la lettura non solo è soddisfacente, ma è anche esaustiva, a differenza delle scarse e scarsamente documentate informazioni sull'argomento presenti in Galilei, divin uomo di Antonino Zichichi.
Albini fa una ricerca storica come poche: esaminando le opere di Galileo e una gran mole di saggistica scritta da autori italiani e stranieri sul nostro fisico, ricostruisce il rapporto di Galileo con l'astrologia, tracciandoci un quadro particolare non solo dello scienziato, ma anche dell'epoca in cui ha vissuto.
Galilei, come ho anche avuto modo di scrivere, interpretava l'astrologia in termini utilitaristici: era utile per incassare maggior denaro, che utilizzava spesso per la sua famiglia (la madre, il fratello scialacquatore, la convivente e le figlie) e per mantenere un tenore di vita agiato, ma anche e soprattutto per mantenere dei buoni rapporti con i personaggi più in vista del tempo che affidavano spesso le decisioni importanti agli oroscopi e alle previsioni astrologiche. In effetti l'astronomia moderna difficilmente sarebbe quello che è oggi senza l'astrologia, ma solo grazie a Galileo l'osservazione scientifica del cielo ha iniziato a distaccarsi dall'astrologia in maniera netta e definitiva. Galileo riteneva, in effetti, che l'astrologia non fosse scienza né lo potesse diventare: tra le sue carte astrologiche, infatti, emerge, come ben scrive Albini, un interesse prettamente matematico verso le carte natali: la maggior parte degli astrologi, invece, pur tenendo da conto i complessi calcoli matematici, sfruttavano di più le loro doti di psicologi per raccontare al cliente quello che voleva sentirsi dire. Prova ne sono i temi natali opportunamente modificati da molti illustri astrologi del passato.
La rivoluzione del moderno pensiero scientifico, come l'astrologia abbia portato problemi a Galileo, e il piccolo ruolo che potrebbe aver avuto nel famoso processo dell'abiura di Galileo, il rapporto con i suoi colleghi: tutto questo è contenuto in Oroscopi e cannocchiali, uno sguardo scientifico su Galileo e sull'astrologia che da disciplina antica e degna di rispetto (dice qualcuno) è oggi diventata un insieme di sciocchezze (ma lo era anche prima!) che, nonostante tutto, hanno ancora presa sul pubblico. Lettura, quindi consigliata, non solo agli amanti della scienza, ma anche a chi, ogni mattina aprendo, il giornale per prima cosa legge l'oroscopo di un mondo rimasto ancora a Tolomeo!

venerdì 13 marzo 2009

Flatlandia


Titolo: Flatlandia
Autore: Edwin Abbott
Edizione: Adelphi
Uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti viventi, Alan Moore, non solo è anche uno dei non-tecnici che meglio sembra aver compreso la meccanica quantistica, ma ha anche una concezione abbastanza interessante del quadrispazio. Moore, infatti, ritiene che:
1) Esista una sorta di Ideaspazio, all'interno della quale si trovino tutte le idee e i pensieri degli esseri umani: gli scrittori, o comunque tutti coloro che fanno dell'attività cerebrale un lavoro, traggono le loro idee da questo calderone comune;
2) Esisteno esseri viventi nelle dimensioni superiori e, nella loro visione, la nostra vita è simile a una sorta di lungo spaghetto all'interno del quale ci muoviamo con una relativa arbitrarietà. Alcune di queste entità sono entrate nel passato in contatto con il nostro mondo e sono state scambiate per esseri mistici, talora maligni, talora benefici.
In Flatlandia il reverendo Edwin Abbott, insegnante e scrittore, soprattutto di saggi e trattati divulgativi, descrive il contatto tra un essere di due dimensioni, un Quadrato, e uno di tre dimensioni, una Sfera: quest'ultimo viene scambiato dal protagonista del romanzo per un cerchio perfetto e solo quando viene trasportato nel mondo a tre dimensioni si rende conto della forma reale del suo idealizzato interlocutore.
A un'attenta lettura, comunque, Flatlandia di Abbott è molto vicina alle opere di Moore (non a caso i due autori sono britannici): le chiavi di lettura di questo romanzo fantastico sono molte e tutte decisamente interessanti. Innanzitutto il racconto in se, una sorta di favola ambientata in un mondo in due dimensioni, dove la visione è fatta di singoli punti e linee. Poi l'idea di proporre al lettore, sotto forma di opera letteraria, un trattato sulla geometria. Infine l'invito alla modestia che permea tutto il romanzo, tanto che questo stesso invito si trova nella dedica iniziale:
Nella speranza che, come egli fu iniziato ai misteri delle TRE dimensioni avendone sino allora conosciute SOLTANTO DUE così anche i cittadini di Quella Regione Celeste possano aspirare sempre più in alto ai segreti delle QUATTRO CINQUE o ADDIRITTURA SEI dimensioni in tal modo contribuendo all'arricchimento dell'IMMAGINAZIONE e al possibile sviluppo della MODESTIA, qualità rarissima ed eccellente fra le razze superiori dell'UMANITA' SOLIDA
(trad.Masolino d'Amico)

lunedì 2 febbraio 2009

Il signore del linguaggio


Titolo: Il medioevo e il fantastico
Autore: J.R.R. Tolkien
Edizione: Bompiani
La ricerca, anche scientifica, si può trovare ovunque, e i suoi risultati possono generare qualunque stupefacente risultato, anche creare una serie di racconti e romanzi di grande impatto popolare. E' il caso, per esempio, di J.R.R.Tolkien, l'autore che ha raggiunto la fama grazie al successo planetario de Il Signore degli Anelli.
Fantasy classico, è costituito da tre romanzi che sono il corpus centrale e più noto di tutta la produzione tolkeniana, ma non la sua opera migliore, come vedremo fra un po'.
Ciò che però lega l'opera di Tolkien alla ricerca è l'origine della Terra di Mezzo: professore di letteratura inglese a Oxford, Tolkien è stato un grande studioso della letteratura inglese medioevale, in particolare del ciclo di Parsifal, quello in cui viene raccontato come il cavaliere riesce a recuperare il Santo Graal. Per certi versi Il Signore degli Anelli può essere accostato al ciclo arturiano, con Gandalf versione moderna di Merlino e Frodo un improvvisato Artù. Eppure la ricerca di Tolkien non si limita solo a questo.
La ricerca scientifica è anche in grado di creare qualcosa di nuovo, e nel caso di Tolkien lo scrittore britannico ci ha lasciato addirittura un linguaggio creato ex-novo, e solo dopo la sua creazione ha avuto l'idea di creare un mondo nel quale questo nuovo linguaggio potesse essere "vivo": sto parlando del Qenya, l'elfico. Da questa creazione nascono I racconti perduti e I racconti ritrovati, poi ordinati ne Il Silmarillion dal figlio Cristopher. E proprio la ricerca di una lingua che potesse catturare la tradizione britannica, ma essere anche nuova e unica, che potesse accomunare un gruppo più o meno ristretto di persone, rende Il Silmarillion l'opera migliore di Tolkien e ci dimostra come anche un'inutile ricerca come quella in campo letterario può regalarci un risultato di successo mondiale.
Buone letture, fantasy e scientifiche a tutti!
P.S.: Mi scuso per questo post poco ortodosso, ma dovrete abituarvi a piccole derive in ambiti apparentemente poco scientifici!

venerdì 30 gennaio 2009

L'origine di una passione: Hawking e il Big Bang


Titolo: Dal Big Bang ai buchi neri
Autore: Stephen Hawking
Edizione: Bur
Dire che queso libro è l'origine della passione per la fisica è forse eccessivo, certo è che uno dei semi, una delle tante origini segrete. Tutto inizia al liceo, prima grazie ai professori dell'area scientifica (la professoressa di fisica, quella di chimica e geografia astronomia, quello di matematica - che come la prima è laureato in fisica-matematica, una laurea unica), quindi con la lettura del famoso libro di Stephen Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri.
Il testo di Hawking è indubbiamente divulgativo, facilmente leggibile da chiunque, scritto in stile abbastanza colloquiale, e che soprattutto ha accomunato molti fisici della mia generazione. La prosa precisa e al tempo stesso discorsiva di Hawking, il modo accattivante in cui ha descritto una materia ostica come lo spazio, il tempo e l'universo, rendono il libro un ottimo punto di partenza per chiunque voglia avvicinarsi ad argomenti avanzati della fisica, ma che si occupano di qualcosa che ha affascinato da sempre l'uomo: il cielo notturno e le stelle che, come puntini luminosi lontani, lo popolano.
I temi che tocca, poi, sono ampi e uno in particolare, la questione della freccia del tempo, assume un fascino ancora maggiore, visto che riesce a farti immaginare cosa, secondo lui, potrebbe succedere nel caso che tale freccia si invertisse fino al momento del big crunch.
Passeranno anni prima che si ricreda di questa ipotesi, ma certo è molto pittorica e soprattutto indicativa di come una mente analitica e scientifica riesca comunque a immaginare la realtà con lo stesso dettaglio e la stessa fantasia di un artista.
Ancora oggi un capolavoro da leggere, consigliare, regalare.